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Cinema e guerra

L'intervista

Alexis Sweet

La “guerra” delle donne: Queen Marie e le altre

Lori Falcolini

Regista di cinema e televisione, documentarista e autore di spot pubblicitari, Alexis Sweet è noto in Italia soprattutto per le serie televisive che hanno riscosso maggiore successo di pubblico come Il Capo dei Capi, Il Clan dei CamorristiR.I.S. Delitti Imperfetti, Don Matteo fino ai recenti lavori Leonardo e Più forti del destino. Nel cinema ha lavorato come assistente alla regia di Hugh Hudson, Steven Spielberg, Spike Lee, Ridley Scott, Mike Figgis ed altri registi. Ha realizzato oltre cento filmati pubblicitari nel mondo. L’intervista prende spunto da Queen Marie of Romania (2018), il lungometraggio girato a Bucarest, Parigi e Londra che racconta una interessante figura femminile del XX secolo che, con determinazione e tempra da guerriera, ha permesso alla Romania di recuperare i territori persi durante il primo conflitto mondiale.

Alexis Sweet, cominciamo da Queen Marie of Romania. Com’è nata l’idea di questo film?

Il film non nasce da me, sono stato contattato in un secondo momento dopo che la regista e autrice Brigitte Drodtloff aveva iniziato a girare il film. I produttori non erano convinti del materiale e della scelta del cast così sono venuti a Roma, dove vivo, e mi hanno chiesto di concludere il film ma a parte alcune inquadrature bisognava rigirare tutto. Mi conoscevano perché avevo fatto molti filmati pubblicitari in Romania.    

 

Queen Marie of Romania

 

Trattandosi di un film storico, quali sono stati i riferimenti?

Per il film sono state utilizzate due autobiografie e il diario della regina. Io speravo che ci fosse più materiale ma era inesistente dopo quaranta anni di comunismo di Ceauşescu; la famiglia reale era stata esiliata e sulla regina c’erano molte dicerie che la screditavano. Si diceva che fosse malata di cirrosi epatica perché era alcolista o che fosse una libertina; in realtà era una donna di grande apertura mentale. Il film riguarda un solo momento della sua vita, quello in cui va a Parigi nel 1919 e riesce a persuadere i principali rappresentanti dei paesi vincitori della Prima Guerra Mondiale – Clemenceau, Lloyd George, Wilson – a riconfermare i vecchi confini della Romania. Mentre giravo, le persone venivano a ringraziarmi perché in Romania mancava un film storico sulla regina. Durante la dittatura di Ceauşescu venivano commissionati soltanto film di propaganda.

Queen Marie of Romania compone il ritratto di una donna guerriera ed anche passionale.

Queen Marie aveva un pedigree da guerriera – la nonna paterna era la regina Vittoria e il nonno materno era lo zar Alessandro II – ma non aveva avuto mai occasione di manifestare la sua combattività perché la monarchia rumena all’epoca era costituzionale quindi i reali non potevano fare attivamente politica. L’idea che la regina andasse a Parigi era stata dell’ambasciatore della Romania – e non del governo rumeno che, anzi, era contrario – perché la famiglia reale era molto popolare in Francia, Bucarest veniva chiamata “la piccola Parigi”, la lingua della nobiltà era il francese. L’ambasciatore pensava di usare la popolarità della regina Marie ed anche le sue parentele perché le potenze vincitrici riunite a Parigi per la Conferenza di pace ignoravano il primo ministro rumeno Bràtianu e quindi la questione rumena. Il motivo era che, dopo pochi mesi di guerra, la Romania si era dichiarata neutrale con il Trattato di Bucarest. Nel film si vede che anche la regina, all’inizio della sua missione, viene ignorata, essendo però una donna combattiva ed anche cugina del re d’Inghilterra, va da lui a perorare la causa rumena e finalmente Lloyd George chiede di incontrarla per discutere dei confini della Romania… La regina era considerata una eroina perché durante la Prima Guerra Mondiale era stata infermiera della Croce Rossa ed era stata anche sul fronte.

 

Il tredicesimo apostolo

 

Anche la serie televisiva che hai realizzato nel 2022, Più forti del Destino, è un dramma centrato su personaggi femminili. Un incendio cambia le vite di queste donne.

La serie italiana è adattata da quella francese, Le bazar de la charitè prodotta da Netflix, che parla dell’incendio scoppiato a Parigi nel 1897 durante la proiezione del primo film dei fratelli Lumière in cui morirono quasi soltanto donne, tra cui la sorella dell’imperatrice Sissi. Noi abbiamo inventato una esposizione a Palermo – non l’Esposizione Nazionale Italiana del 1891 –  perché ci tenevamo a tenere l’anno 1897 come ambientazione. La storia è quella di Le bazar de la charitè, l’unica differenza è che la serie francese ha un gusto più nordico, la nostra è una versione più mediterranea. L’incendio è un catalyst: come il colpo di fulmine ti cambia la vita. Era una scusa per raccontare la società patriarcale del tempo e la sofferenza delle donne in quel periodo.

Dopo tante fiction televisive centrate su personaggi maschili – Il capo dei capi, i R.I.S., Il clan dei Camorristi ed altre – i personaggi femminili sono l’asse portante dei tuoi ultimi lavori. Come mai?

È una coincidenza ma sono contento che il mio lavoro sia andato in questa direzione. In realtà il primo passo è stata la serie Don Matteo. Con mia sorpresa – in realtà lo sapevo già perché in pubblicità mi chiamavano per commedie o storie che dovevano creare emozione –  Luca Bernabei mi ha chiesto di girare alcuni episodi di Don Matteo e l’ultimo ha avuto un successo talmente grande, sia in Rai che in Lux, che lui da allora mi considera l’uomo giusto per quel tipo di storia. È stato Valsecchi a lanciarmi nella televisione chiamandomi per crime o film di azione ma le mie radici vengono da tutt’altro.

 

Il capo dei capi

 

A proposito degli episodi 5 e 6 che tu hai realizzato per la serie Leonardo di Daniel Percival, mi ha colpito il ritmo e lo stile cinematografico.  

Ho girato molte scene anche per altri episodi di Leonardo come la scena del globo da issare sulla cupola del Brunelleschi, il rapporto di Leonardo con il padre e i flashback di lui bambino. Quello che forse Valsecchi ha riconosciuto ai miei lavori è che davo alla fiction una personalità cinematografica. Il ritmo l’ho sempre tenuto alto anche perché vengo dalla pubblicità dove hai la necessità di raccontare una storia in trenta secondi, quindi la sintesi del racconto è molto importante per me; nel cinema si può anche rallentare per mantenere l’emozione, la pausa etc. etc. Lo stile cinematografico delle fiction dipende dagli attori, dal montatore ed anche da come muovi la macchina. Il confine non è la scatola della televisione e tu provi a espandere quel confine.

Hai ricevuto molti premi come Miglior Regista di serie televisive – Il clan dei camorristi, Il capo dei capi e Il tredicesimo apostolo. In cosa consiste la tua innovazione?

C’è un libro a cura di Daniele Cesarano – sceneggiatore di serie importanti come i R.I.S., Acab, Suburra-la serie, Romanzo Criminale-la serie e, dal 2016, Head of Drama e commissioner di Mediaset, in cui lui dice che io ho innovato linguisticamente la serialità italiana. Io credo che ciò sia avvenuto per tre motivi: sono anglosassone e quindi vengo da un’altra cultura, lavoro per la pubblicità ed ho quindi uno sguardo diverso sulla sintesi del racconto e soprattutto mi piace lavorare per la televisione. I registi italiani, all’inizio del 2000 – quando ho cominciato a lavorare per Mediaset –, mi  volevano far fare cinema,  lavoravano di malavoglia per la televisione. Per me era eccitante, spettacolare e il mio produttore di allora, Valsecchi, ha capito questa cosa. Poi, io non sono un autore e quindi non vengo con le mie storie, non impongo la mia visione. Se devo fare Leonardo, certamente il mio approccio non può essere quello dei R.I.S.. Forse, la mia innovazione è stata quella di adattarmi all’anima di un progetto, provando a mettermi al servizio. 

Perché secondo te la serialità televisiva sta diventando sempre più importante?

Questa cosa va di pari passo con il declino delle sale cinematografiche ma già negli anni cinquanta si sapeva che si sarebbe andati in questa direzione.  Poi, negli ultimi cinque anni, è esplosa la novità delle grandi piattaforme digitali come Netflix, Paramount, Disney, Prime. Queste piattaforme hanno budget enormi e investono sulle serie perché le serie hanno un costo minore rispetto ad un film e ascolti maggiori. Se ad uno spettatore piace una serie, la vede per ore e ore e poi arriva la seconda stagione e la terza… Un film Marvel costa quanto tre stagioni. Le piattaforme investono sugli scrittori; oggi, i migliori autori lavorano per la televisione perché nelle serie i tempi per sviluppare un personaggio sono maggiori. La serie ha un respiro che un film non ha.                                                                                                                     

Da dove nasce la tua passione per il cinema?

Forse la persona che mi ha influenzato di più è stato mio zio Camillo Bellavista Caltagirone, il fratello di mia madre. Lui registrava i film ovunque si trovasse e poi ce li mostrava. Diceva: “Adesso vediamo tutto Wilder” ed io a dodici anni vedevo con lui tutti i film di Billy Wilder o di John Ford o John Wayne… Nella famiglia di mia madre c’è sempre stata la passione per il cinema, si discuteva dei film, dei registi. E poi io andavo a cinema; con due amici marinavamo la scuola e c’infilavamo in una sala cinematografica. A dodici anni mi hanno regalato la prima cinepresa, così ho cominciato a filmare, montare, ad utilizzare il carrello (ride) - rubato al supermercato - a fare tutto quello che era possibile. A 18 anni avevo già girato dieci cortometraggi prima in super8, poi in 16 mm; poi, ho cominciato a lavorare sui set. Non ho mai frequentato scuole perché l’unica scuola, in un lavoro artigianale com’è il cinema, è la pratica oppure stare a guardare come lavorano i professionisti. Ho avuto la fortuna di imparare in grandi produzioni. Io insegno in una scuola di cinema. Il consiglio che dò ai giovani che vogliono imparare questo mestiere è farlo. Ai miei tempi c’era la pellicola, una bobina durava tre minuti e diciotto secondi e dovevi cambiare bobina e poi c’era lo sviluppo e alla fine a vedere il tuo lavoro c’erano soltanto i parenti, gli amici e un solo festival dove presentare il film. Oggi è tutto più facile: hai il tuo cellulare e hai a disposizione la più grande distribuzione del mondo: You tube. Vuoi diventare regista? Filma.

 

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