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eidos

Cinema e guerra

Nel film

Hostiles

Lo stesso identico umore nella divisa di un altro colore

Luisa Cerqua

“E mentre marciavi con l’anima in spalle vedesti un uomo in fondo alla valle che aveva il tuo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore. Sparagli Piero, sparagli ora e dopo un colpo sparagli ancora fino a che tu non lo vedrai esangue, cadere in terra, a coprire il suo sangue” (La guerra di Piero F.De Andrè)

 

Fort Berringer New Mexico 1892. Maestose panoramiche, campi lunghi e ampi spazi placidi solo in apparenza. Fine di un secolo e fine della sanguinosa conquista del west. Dai cavalli alla ferrovia. La rivoluzione industriale avanza con treni e viaggiatori vogliosi di scordare la violenza perpetrata nelle guerre tra Nativi e Stati Uniti d’America. Desiderio di pace. Il mito della Frontiera cede a quello della città.

Hostiles, regia di Scott Cooper (2017), è una storia di fine epoca, fine guerra e fine delle popolazioni autoctone americane, non dell’avidità yankee! Il cinema americano ha largamente contribuito alla falsificazione romanticheggiante della storia del west ma S.Cooper sembra distanziarsi da certa narrativa assolutoria e apre il suo movie con una citazione lapidaria: «L’essenza dell’anima americana è dura, alienata, stoica e assassina» (D.H. Lawrence), annotazione che bene inquadra gli ispidi protagonisti del film. Il volto del capitano Blocker (interpretato da Cristian Bale), infatti, è coriaceo e tenebroso, quasi irreale nella sua rigidità da dagherrotipo. E’ un veterano che, reduce dalle mattanze gloriosamente capitanate, aspira alla pacificazione sebbene ancora sozzo di stragi; laconico e fosco, è impalato come chi si regge sulla volontà ma ignora quel che resta del sé stesso anteguerra.

Ogni pacificazione post bellica sa di fiele, satura com’è di lutti impossibili mascherati da arroganza vittoriosa e di rancori alimentati dall’odio dei sopravvissuti. Dopo ogni guerra nessuno è puro. Il combattimento, vinto o perso, stana e mette a frutto il disumano che è in noi: eccidi, abusi, soprusi e devastazioni, lasciano tracce profonde in vittime e carnefici. Quando si è oltrepassata la soglia dell’ignobile e della ferinità, agita o subita, c’è urgenza di narrazioni assolutorie, di lavacri purificatori che rendano plausibile ciò che tale non è. Nessuna narrazione può definirsi vera perciò, il rapporto tra verità e storia poggia sempre sulla reticenza ad affrontare gli aspetti più scomodi e sul bisogno di “revisionarli”. E’ con questo intento che Benjamin Harrison, presidente USA in carica, organizza una narrazione ad hoc che faccia da antidoto al reflusso di memorie collettive scabrose, o turpi, indigeste. Verrà messo in scena un gesto politically correct adatto alle fauci giornalistiche ansiose di divorare e seppellire il passato prossimo indecente.

L’anima americana è dura quanto la disciplina militare e anche il legnoso capitano Blocker, soldato blu tutto d’un pezzo come una statua delle isole Pasqua, sebbene riottoso, dovrà piegarsi alla messa in scena politica e concretizzare il mandato presidenziale: scortare verso le terre natie un simbolico drappello costituito da Falco Giallo, grande capo Cheyenne irriducibile avversario sconfitto ora prossimo alla morte (Studi Wess, nativo americano), e i suoi pochi familiari scampati alla prigionia. Lampo di flash su squadriglia in alta uniforme con contorno di pellerossa tirati a lucido, partenza! Destinazione Montana valle dell’Orso, che scopriranno occupata dai soliti arroganti e brutali coloni yankee.

Questo movie è un singolare on the road country sul bisogno di verità e sulle sue contraddizioni, sul recupero dei vissuti emotivi che ci rendono umani e sull’incontro/scontro tra visioni opposte dell’esistenza. E’ un percorso emotivo che parte dal mors tua vita mea per approdare al riconoscimento dell’altro attraverso l’identificazione col suo dolore.  Blocker, tra le macerie fumanti di una farm depredata, incontra Rosalee (Rosamund Pike) una giovane madre annichilita dal dolore che solo l’umano sa infliggere al suo simile. Veglia i corpi straziati di figli e marito. Il dolore muto di una donna che tenta di seppellire a mani nude i suoi cari e la sua stessa vita, personifica risveglia e rende palpabile anche il dolore inconfessato, “lo stesso identico umore, dei membri di quell’atipica brigata di ex nemici, fin qui celato dalle reciproche e uguali durezze Quella scintilla imprevista che riattiva il sentire vivificando anime inaridite, tuttavia, non basterà a controbilanciare la distruttività scatenata senza via di ritorno, qui impersonata da Ben Foster, commilitone capace di scampare alla forca ma non alla sua  matta bestialitate. Quello avviato da S. Cooper è un viaggio di recupero della verità emotiva perduta, del riconoscimento dell’altro e del superamento del concetto di nemico.

Nello scritto La lunga attesa, Bion parla dell’assurdità della guerra, provata ben due volte nella sua vita. All’eccitamento speranzoso iniziale segue il cinismo difensivo di chi cerca scampo tra compagni morti, bombe che assordano e urla di feriti. C’è disincanto, senso di fallimento misto a vergogna, paura. Eppure nelle cronache e nei salotti mediatici ci si può imbattere in una sorta di “dotta ignoranza” che sbandiera idealizzazioni astratte o epos patriottardo preso a prestito forse da fiction hollywoodiane, giochi di ruolo con tifoserie e cortei pseudo pacifisti. Quale distanza dal diario di guerra 15/18 del nonno di una compagna di scuola stilato a matita copiativa, sdrucito e macchiato chissà come. La trincea cambia il senso delle cose.

Freud parla della guerra come massima espressione della distruttività umana: Thanatos, Pulsione di morte. La ragione non le appartiene. Quella bellica è sempre una narrazione binaria: buoni/cattivi, invasori/invasi, vincitori/vinti, vero/falso, vita/morte. Ci sforziamo di darle significati ma è impossibile dare senso a ciò che senso non ha. Bion dice che il soldato non può vedere l’insensatezza della guerra, è troppo indaffarato a sopravvivere per dare senso a quel che sta vivendo. “Ero furioso – racconta – Perché? Non mi rendevo ben conto del fatto che in realtà ero lì per combattere. Ero dominato dall’idea romantica che il mio ruolo adesso fosse quello dell’eroe, del decorato, che trascorre il resto della sua esistenza crogiolandosi al tepore dell’approvazione altrui…Restammo lì in attesa che accadesse qualcosa. Non avevamo nemmeno cominciato a renderci conto che in guerra non succede nulla, oppure (che in fin dei conti è quasi la stessa cosa) che in guerra nessuno sa cosa stia succedendo” (La lunga attesa, Bion). Dunque, seppur immersi nella guerra, non è possibile farne esperienza perché la guerra cancella lo spazio potenziale del significato e dei nessi emotivi che rendono l’uomo pensante e responsabile di ciò che fa. Non a caso, il mantra dei tribunali di guerra è “obbedivo agli ordini”. Anche Joe Blocker obbedisce agli ordini. Difensivamente, ha scisso sentimenti, affetti ed emozioni che rendono fragili per essere una cosa che spara e colpisce più veloce che può; uno strumento di morte dissociato dalle atrocità commesse sotto l’insegna a stelle e strisce. Attraverso il format del ‘viaggio’ la regia sviluppa un arco narrativo emozionale che dalla crudeltà spietata porta all’humanitas e dall’identificazione proiettiva a quella con il dolore altrui. Il coraggio di tornare a vivere apre al possibile perdono. Ciascuno alla sua maniera, gli hostils, lottano per uscire dall’abisso delle emozioni ingovernabili che accecano sospingendo verso la frammentazione o nell’ordine apparente offerto dalla scissione.

 


Titolo Originale: Hostiles

Produzione: U.S.A.
Anno: 2017
Regia: Scott Cooper
Musiche: Max Richter
Sceneggiatura: Scott Cooper
Cast: Christian Bale, Rosamund Pike, Wes Studi, Ben Foster. Jesse Plemons, Timothée Chalamet

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